La Notte dei Miracoli

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Laggiù conobbi pure un vecchio aedo
Che si accecò per rimaner nel sogno
Con l’occhio azzurro invece ho visto e vedo
Con l’occhio blu mi volto e ti ricordo
R. Vecchioni, 1977

Il buio, la tenebra. Non esistono nemici peggiori per il nostro sguardo e per quella sua ambigua protesi che è la fotografia. Eppure ci sono cose che possono essere viste solo quando la tenebra penetra nelle nostre pupille. Dopo aver guardato il mondo con gli occhi dell’uomo e della donna, il vecchio Tiresia dovette diventare cieco per poter ottenere la facoltà di vedere il futuro. Io, in modo speculare, nell’ombra della notte ho cercato di vedere il passato, di ritrovare gli sguardi della mia infanzia, quando la mia terra ancora aveva radici solide che la legavano al suo tempo mitico, radici che oggi si fanno aride sotto la spinta della gentrificazione e delle deformazioni che mutano i rari e fragili equilibri tra uomo e natura in parchi giochi per le compulsive pratiche turistiche.

Le mie passeggiate notturne si sono mosse tra i vicoli defilati dal centro, minuscoli capillari topografici dove il poco sangue sociale che circola ha ancora il ritmo lento delle salite sui lastroni di basolato e le costruzioni abusive e i rari B&B ancora convivono con l’odore di stallatico mischiato a quello del sambuco e dell’erba umida. Come un antico viaggiatore, ho lasciato che a guidare i miei passi fossero le edicole sacre, astri di costellazioni che un tempo indicavano strade e piazze e che ora restano arcaici e spaesati testimoni di una spiritualità vernacolare per la quale il sacro era materiale capace di tornare utile nella vita di ogni giorno. Tenendo fisso lo sguardo verso questi silenziosi guardiani della notte, anche il ritorno a casa, per le strade più calpestate, mi è sembrato risuonare di un’eco lontana che la confusione del mattino coprirà in attesa che un’altra tenebra la faccia riaffiorare. Per chi la vorrà ascoltare.

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