E. Erwitt – Provence – 1955

Titolo: Provence
Autore: Elliot Herwitt (1928-)
Data: 1955
Categoria: Reportage
Dimensioni: 3/2
Collocazione/Proprietà: Magnumphotos, Paris
Riferimenti:
magnumphotos.com

La sensazione è che ogni fotografia di Erwitt sia una partita tra lui e chi guarda, e che le sue immagini siano un po’ i tavoli da gioco a cui ci invita a sedere e su cui gli piace scoprire da subito le carte, convinto, a ragione, che alla fine sarà comunque lui a vincere e portarsi a casa la nostra attenzione ed uno spicchio della nostra memoria. A proposito di questa, ad esempio, egli ammette candidamente trattarsi del frutto di una commissione e racconta i dettagli della scrupolosa costruzione. Che sono del resto visibilissimi: il fotogramma si sviluppa per andamenti verticali a causa del taglio dell’inquadratura, degli alberi e delle figure, ma anche per la resa prospettica con un punto di fuga alto che accentua l’ortogonalità delle linee di proiezione. In questo pattern, guarda caso, gli oggetti che irrompono con la loro trasversalità sono le baguette – messe lì come il cane di Koudelka nella altrettanto e famosa e per il resto diversissima foto – e i baschi dei due personaggi. Guarda caso gli elementi tipici della cultura della regione che il suo servizio doveva celebrare. Ma non basta: un altro elemento che si contrappone plasticamente all’andamento predominante della foto è il piede destro dell’uomo di traverso sul pedale, che – a causa dello schiacciamento prospettico – con la punta sembra indicare un sasso. Quella pietra riceve così un involontario rilievo che Erwitt non fa nulla per smorzare: si tratta – lo svela lui stesso – di un elemento messo lì apposta perché il bambino si voltasse verso di lui non appena lo avesse visto. Una “marca dell’enunciazione” che ne genera e ne richiama un’altra: lo sguardo del bambino in camera, potenzialmente  un vero e proprio antidoto alla naturalezza dello scatto. Ma da quel viso che appena distinguiamo traspare una maliziosa complicità – frutto probabile del rapporto che il fotografo ha saputo stabilire con il bambino – che diventa il “punctum” di una immagine di cui sappiamo e vediamo tutto, ma che pure elude i nostri filtri cognitivi e arriva dritto ai nervi. O, per chi preferisce, al cuore. 

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