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Introduzione

Si può determinare il tempo di uno sguardo? È possibile stabilire quanto al lungo occorre guardare un'immagine per poter dire di averla vista? Definire quanto occorre ad uno sguardo per trasformarsi in una visione? Insomma: se la Settima Sinfonia di Beethoven dura circa 42 minuti e Il Settimo Sigillo di Bergmann 96 minuti, quanto dura I Sette Peccati Capitali di Hieronymus Bosch?

Il tempo tra una cornice e la successiva di una mostra, quello tra un una pagina e l'altra di un libro di foto è tra i più ineffabili e difficili da descrivere. Cosa colpisce, cosa passa e cosa resta dopo che il nostro sguardo ha lasciato il rettangolo su cui si sono posati per qualche secondo? Per cercare di capirlo la cosa più semplice per me è documentare quanto guardo e vedo, di rallentare l'istante della visione di uno scatto fino ad avere il tempo di descrivere la scena.

L'innesco è nell'indefinibile richiamo di una foto che per un attimo ferma il mio sguardo; il risultato in queste schede che raccontano il mio esercizio di visione ed sfiorano volutamente i riferimenti storici e semantici della composizione per concentrarsi esclusivamente sulle sue caratteristiche oggettive ed estetico/semiologiche. Questa è la raccolta e la condivisione di quanto visto e scritto; se qualche viandante della rete capita su queste pagine e vuole dire la sua, ogni correzione, aggiunta, commento (indulgenti e pacati, mi raccomando) saranno i benvenuti.

Per inviarli potete usare la mia pagina dei Contatti

A. Kertész (1894-1985) - Chez Mondrian - 1926

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C'è la Fotografia dell'istante decisivo, capace di catturare il momento verso cui tutti quelli passati sembrano confluire e da cui sembrano prendere slancio per continuare la loro corsa inarrestabile. E c'è la Fotografia dell'istante eterno, quello in cui sembra invece che il tempo si confonda e si fermi, ipnotizzato dal fascino di una immagine. Di quest’ultima Kertész è il maestro indiscusso e la foto scattata “chez Mondrian” è l'icona perfetta del suo talento. Il fiore artificiale che sboccia nel rigore geometrico della parte sinistra si inclina verso la luce del pianerottolo, anticamera del mondo esterno dominato dalla curva, di cui la sagoma dei gradini e l'elica della tromba delle scale ci arrivano come un'eco rarefatta, che risuona nel silenzio; quello stesso silenzio che si espande quando il tempo si ferma.

J. Nachtwey (1948) - Sopravvissuto ad un Campo di Prigionia Hutu - 1994

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Altro è trascurare le regole, altro è trasgredirle. Nachtwey decide di infrangere la norma che prescrive di lasciare campo allo sguardo ritratto di profilo e spinge il volto martoriato del giovane hutu quasi a toccare il bordo destro. Lo spazio è lasciato tutto dietro la nuca del soggetto, e il risultato è esattamente l'opposto di quello che la regola vorrebbe assicurare. Un senso di angosciosa claustrofobia, di stato di implacabile prigionia in una esistenza senza vie di uscita, amplificata dallo sguardo diretto verso il basso, dalla mano poggiata intorno al collo quasi in un gesto di autostrangolamento, che spinge la bocca ad aprirsi in un suono muto e il volto ad allungarsi e ad aprire a raggiera le cicatrici che solcano il viso in una immagine di un'estetica terribile e magnifica. Dalla violazione delle convenzioni nasce insomma una immagine dal fascino magnetico, da cui li sguardo fa fatica a distogliersi. E qui anche l'osservatore occidentale, che nella terribile vicenda delle guerre etniche rwandesi ha preferito guardare da un'altra parte, diventa una contrometafora di se stesso.

Federico di Montefeltro per tutta la vita si fece ritrarre sul lato sinistro per nascondere le cicatrici che gli sfregiavano l'altro profilo; di questo giovane hutu, invece, non sapremo mai cosa reca la parte di viso che questa fotografia ci nasconde. Magari, guardando da quella parte scopriremmo che l'ebano dell'incarnato è stato lasciato intatto e che lo sguardo ha ancora uno spazio in cui perdersi alla ricerca del futuro.
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