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J. Nachtwey (1948) - Sopravvissuto ad un Campo di Prigionia Hutu - 1994

Altro è trascurare le regole, altro è trasgredirle. Nachtwey decide di infrangere la norma che prescrive di lasciare campo allo sguardo ritratto di profilo e spinge il volto martoriato del giovane hutu quasi a toccare il bordo destro. Lo spazio è lasciato tutto dietro la nuca del soggetto, e il risultato è esattamente l'opposto di quello che la regola vorrebbe assicurare. Un senso di angosciosa claustrofobia, di stato di implacabile prigionia in una esistenza senza vie di uscita, amplificata dallo sguardo diretto verso il basso, dalla mano poggiata intorno al collo quasi in un gesto di autostrangolamento, che spinge la bocca ad aprirsi in un suono muto e il volto ad allungarsi e ad aprire a raggiera le cicatrici che solcano il viso in una immagine di un'estetica terribile e magnifica. Dalla violazione delle convenzioni nasce insomma una immagine dal fascino magnetico, da cui li sguardo fa fatica a distogliersi. E qui anche l'osservatore occidentale, che nella terribile vicenda delle guerre etniche rwandesi ha preferito guardare da un'altra parte, diventa una contrometafora di se stesso.

Federico di Montefeltro per tutta la vita si fece ritrarre sul lato sinistro per nascondere le cicatrici che gli sfregiavano l'altro profilo; di questo giovane hutu, invece, non sapremo mai cosa reca la parte di viso che questa fotografia ci nasconde. Magari, guardando da quella parte scopriremmo che l'ebano dell'incarnato è stato lasciato intatto e che lo sguardo ha ancora uno spazio in cui perdersi alla ricerca del futuro.
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