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H. Cartier-Bresson (1908-2004) - La Famiglia Barge - 1956

A ben vedere, una buona parte dello stile di un fotografo nasce dal suo modo di gestire i limiti fisici dell'immagine. C'è chi li ignora, chi li subisce, chi li usa come risorsa espressiva. E poi c'è lui, Herni Cartier-Bresson, che semplicemente li neutralizza. Ognuno dei suoi scatti più rappresentativi è un carotaggio della realtà realizzato senza lasciare nel cantiere neppure un granello di polvere; immagini in cui le linee statiche e i vettori dinamici (sguardi, gesti, direzioni) tracciano traiettorie complesse che avvolgendosi danno l'impressione di un minuscolo universo visuale che vive incastonato in ciò che lo circonda, un contesto di cui lo spettatore non sente la mancanza. Anche nella sua ripresa della famiglia Barge il virtuosismo sembra riuscito: partiamo da lui Monsieur Barge in una posizione che ricorda l'angelo della fuga in Egitto di Caravaggio (a sua volta una citazione carraccesca, di un modulo che evidentemente funziona da secoli). È vero, il piano americano taglia via ginocchia e stinchi ma qua è l'abitudine di chi guarda a rendere impercettibile la lesione. Rispetto all'esempio del Merisi il signor Barge rivolge lo sguardo verso l'interno della scena, dove sta il resto della famiglia ed è proprio questa postura che ci nasconde il suo viso a renderlo il centro di gravità dell'immagine, il punto verso cui tutto converge. A cominciare dallo sguardo del cane sulla destra, che salda quel quadrante al resto della foto, passando a quello sorridente del figlio, un pianeta visivo che a sua volta attrae come satelliti gli sguardi delle due donne, che si riverberano negli occhi del bambino ed arrivano anche essi, di rimbalzo, al capofamiglia, secondo una direttrice che la donna che lo tiene in braccio accentua grazie alla sua posa, con il piede puntato sulla soglia. Ma ad un passo dal miracolo l'incantesimo si spezza: a romperlo ci pensa il cane tra le gambe delle donne, che punta invece proprio HCB sfondando la quarta parete, il limite più complesso e insidioso per il fotografo. Una involontaria metafora dell’indisciplina che la natura esibisce nel sottoporsi alla cultura? Può darsi, ma forse, data la negromantica capacità di Bresson di orchestrare i suoi fotogrammi, potrebbe anche essere un riferimento voluto alla presenza invisibile e ineliminabile dell’operator, una firma “e contrario” che l’immagine si concede come omaggio al suo creatore.


[Le fotografie di questa pagina, nel rispetto del diritto d'autore, vengono riprodotte per finalità di critica e discussione ai sensi degli artt. 65 comma 2, 70 comma 1 bis e 101 comma 1 Legge 633/1941]

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